I PRIMI DOCUMENTI IN VOLGARE ITALIANO - L'INDOVINELLO VERONESE E IL PLACITO DI CAPUA
Автор: Storia e letteratura con Gabriele Marsiglia
Загружено: 2023-06-27
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#lingüística #latino
Presentazione. Questa storia inizia in quel lungo periodo chiamato medioevo, quella età di mezzo – come indica il nome stesso – che separa idealmente l’evo antico – ossia la civiltà greco – latina – dall’età moderna. Più precisamente siamo nell’alto medioevo, nei secoli più lontani rispetto a noi, e in questo periodo inizia ad avvenire il graduale passaggio fra la lingua latina e il volgare italiano. E si tratta di fatto di un passaggio molto, molto graduale, che durerà secoli. Quelle di cui parliamo oggi sono infatti le primissime rudimentali testimonianze della lingua volgare, da cui prenderà vita, secoli dopo, la lingua italiana.
L’indovinello veronese. Immaginiamo un copista al lavoro intento a copiare manoscritti. A un certo punto probabilmente si stanca e per distrarsi dalla propria ripetitiva mansione inizia a scrivere nel margine del proprio manoscritto un simpatico indovinello in cui allude proprio alla pratica della scrittura (fig. indovinello veronese).
Si tratta del cosiddetto indovinello veronese, scritto tra la fine del VIII e l’inizio del IX secolo su un manoscritto proveniente dalla Spagna, ma arrivato non molto tempo dopo a Verona, da cui appunto il nome. La lingua impiegata nell’indovinello veronese indica una fase di transizione tra il latino e il volgare, ed è di fatto la prima testimonianza scritta di questo graduale passaggio.
Il Placito di Capua. Immaginiamo adesso un contenzioso in tribunale; un tribunale dell’epoca, ovviamente. Siamo a Capua, in Campania. Un giudice, di nome Arechisi, deve decidere in merito a una causa tra l’abate di Montecassino e un privato cittadino, tale Rodelgrimo, che è stato accusato di essersi indebitamente impossessato di un terreno di proprietà dell’abbazia di Montecassino. Nel verbale di udienza, scritto ovviamente in latino (lingua ufficiale di tutti gli atti giuridici) il giudice fa qualcosa di molto particolare: riporta la trascrizione testuale delle dichiarazioni di un testimone in favore dell’abbazia. Per scrupolo di esattezza queste parole vengono riportate nella lingua in cui sono state pronunciate dal testimone: in volgare, appunto (fig. placito capuano, traduzione di Aurelio Roncaglia).
Stiamo parlando del cosiddetto Placito di Capua, o Placito Capuano, un documento scritto tra il 960 e il 963 d.C.. Nel medioevo un placito era sostanzialmente una sentenza emessa da un giudice. A differenza dell’indovinello veronese in questo passo del placito capuano la lingua impiegata si distingue nettamente dal latino. Rispetto al latino manca del tutto il sistema delle desinenze, sia dei nomi, sia degli aggettivi e sia dei verbi. In questo contesto si distacca completamente il tecnicismo giuridico «parte Sancti Benedicti», in cui probabilmente il testimone avrà voluto esprimersi volutamente in modo tecnico. Il Placito di Capua è considerato il primo documento ufficiale a noi noto scritto in volgare italiano.
Considerazioni finali. Dovremo aspettare gli inizi del Trecento, quando Dante affronterà la questione linguistica con il De vulgari eloquentia, e successivamente, nella prima metà del Cinquecento, un cardinale di nome Pietro Bembo delineerà i connotati della nascente lingua italiana con le sue Prose della volgar lingua (1525).
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