Le muse bendate: la poesia del 900 contro la modernità Lectio magistralis del prof. R. Pasanisi
Автор: CISAT Centro Italiano Studi Arte-Terapia
Загружено: 2025-10-19
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Rassegna di incontri letterari – La Letteratura del Novecento. 10 ottobre 2025
Il saggio LE MUSE BENDATE: LA POSESIA DEL NOVECENTO CONTRO LA MODERNITà è improntato ad una concezione singolarmente ‘alta’ della poesia, intesa non solo come luogo di conoscenza, ma anche come autocoscienza critica e bergsoniano “supplemento d’anima” nella moderna ‘società di massa’, resa sempre più disumana e totalitaria da una tecnologia schiavizzante e da un potere prepotente ed occulto, sotto le apparenze fantasmagoriche d’una sedicente ‘democrazia del consumo’.
Il volume si dispiega a partire dalla considerazione del rapporto dialettico intercorrente fra storia, società e letteratura, secondo modelli d’analisi che vanno dalla filologia tout court alla psicologia alla sociologia alla filosofia: la storia recente dell’Occidente — e la sua società —, infatti, pur nel brulichio fittissimo delle vicende che l’hanno drammaticamente percorsa lungo tutto l’arco di questo secolo, non hanno certo mancato di evidenziare alcune coordinate fondamentali attraverso le quali possono essere spericolatamente esplorati.
In effetti, delle linee principali attraverso le quali essa si è andata sviluppando, ne vengono individuate tre, che a mo’ di sotterraneo filo rosso scandiscono i tempi di questo secolo meraviglioso e tremendo: industrializzazione, tecnologismo e mercificazione; massificazione e involgarimento; ‘morte della bellezza’. Di fronte a codeste tre tendenze distintive, e al loro incombere sempre più incalzante, gli artisti non hanno mancato, ancóra prima dei filosofi, di levare il loro grido di dolore e di protesta: ancóra una volta, insomma, l’arte ha finito col configurarsi come la coscienza più alta e lucida della società, sola autentica erede, nelle sue illuminanti salvifiche accensioni, degli antichi profeti, manifestando pure, in questo modo, la sua moderna sacralità.
L’arte è in ultima analisi, come dice Lausberg, «una raffigurazione mimetica (che ricostruisce, generalizza, rende evidente ed eleva) dei contenuti che illuminano l’esistenza». Insomma, una gnoseologia estetica ed un disvelamento: ovvero una forma di conoscenza altra e complementare, ma autonoma, rispetto alla scienza ed alla filosofia, attraverso la forma della bellezza.
In un’epoca di continui rivolgimenti, insomma di transizione come la nostra, non poteva non essere coinvolta la tradizione: effettivamente la ‘crisi dei valori’ è uno dei grandi segni distintivi del nostro tempo, in una società in cui anch’essi, come ogni cosa, sono ridotti a prodotto economico, dunque mercificati, e il denaro, e non più l’uomo, «è misura di tutte le cose». In tale cataclisma, neppure la bellezza, categoria ontologicamente ineludibile, come fine o come mezzo, dell’opera d’arte, riesce a trarsi in salvo da una lenta ma inesorabile agonia, desacralizzata com’è, fra l’altro, dalla sua «riproducibilità tecnica». «La perte d’auréole colpisce anzitutto il poeta.», che, disperato flâneur tra gli ‘orrori metropolitani’ delle ‘città tentacolari’, vede parallelamente vacillare uno dei suoi punti di riferimento più irrinunciabili, la donna, petrarchesco `strumento d’espressione’ da sempre deputato ad essere portatore del valore ‘bellezza’. Come dice Benjamin, già «il diciannovesimo secolo cominciò a inserire la donna, senza riguardi, nel processo della produzione mercantile. Tutti i teorici concordavano sul punto che la sua femminilità specifica era minacciata, e che tratti virili si sarebbero necessariamente manifestati in essa con l’andar del tempo. Baudelaire […] questi tratti […] vuole sottrarli alla sovranità del l’economico», suprema «protesta dell’arte moderna contro l’evoluzione tecnica.» Vano eroico tentativo, di fronte alla manus tentacolare della società: «Nel meretricio delle grandi città anche la donna diventa tale.» Infatti, «L’ambiente oggettivo degli uomini assume, sempre più apertamente, la fisionomia della merce. Nello stesso tempo la réclame si accinge a coprire col suo bagliore il carattere di merce delle cose. Alla trasfigurazione menzognera del mondo delle merci si oppone la sua disposizione in senso allegorico. La merce cerca di guardarsi in faccia. E celebra la sua incarnazione nella meretrice».
Visto anche che, come scrive Horkheimer, «Al culmine del processo di razionalizzazione, la ragione è diventata irrazionale e stupida», la poesia risponde nel ‘900 più che mai a quel bergsoniano «supplemento d’anima» di cui l’uomo moderno avverte sempre più irrinunciabile il bisogno.
Sottesa lungo tutto il saggio è infine la convinzione di Hugo Friedrich: «La lirica è rimasta comunque, nella sua potenza grandiosa e pur così lieve, una delle libertà e delle audacie con cui la nostra epoca riesce a sfuggire alle catene della funzionalità.»
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